
Oggi ricorrono i 520 anni dalla nascita di uno dei più importanti e originali esponenti del manierismo italiano: il Parmigianino.
Francesco Mazzola, detto il Parmigianino per via della sua corporatura minuta, nasce l’11 gennaio 1503 a Parma e, fin da giovanissimo, si cimenta nella pittura sotto la guida del Correggio, suo maestro.
Parmigianino comincia a lavorare su commissione per gli ambienti artistici e religiosi della sua provincia. Il suo stile diventa fin da subito riconoscibile, espressione del gusto cortese dell’epoca. Basti pensare alla sua ampia selezione di ritratti, raffiguranti sovrani, nobili e celebri personaggi del suo tempo.
Tappa fondamentale del suo percorso è il soggiorno a Roma, dove rimane affascinato dalle opere di Michelangelo e Raffaello.
Il Parmigianino vive il terribile Sacco di Roma: la città viene conquistata dai lanzichenecchi e dagli spagnoli che, oltre alla scia di morte, saccheggi e soprusi che lasciano alle loro spalle, sfregiano e danneggiano gran parte del patrimonio artistico.
Profondamente turbato, il Parmigianino abbandona l’arte per dedicarsi all’alchimia e muore il 24 agosto del 1540.
Attraverso le bellissime immagini di Mondadori Portfolio, ammiriamo lo stile e l’eleganza delle opere del Parmigianino.
Conversione di san Paolo

In questa tela vediamo San Paolo, esattore romano, appena caduto da cavallo. Egli, infatti, è rimasto folgorato dallo squarcio luminoso nel cielo, simbolo di Dio e della sua successiva conversione. La posizione di Paolo e il cavallo impennato conferiscono un grande dinamismo alla scena. Osservando le torsioni dei corpi e le muscolature ben delineate captiamo subito l’influenza di Michelangelo. Tuttavia, se poniamo l’attenzione sullo sguardo estatico e rivolto verso l’alto di Paolo, è evidente anche l’influsso dello stile manierista.
Schiava turca

Conservato presso la Galleria Nazionale di Parma, il titolo dell’opera deriva dal particolare copricapo indossato dalla giovane, molto simile a un turbante. In realtà si tratta di un’acconciatura tipica delle nobildonne del Cinquecento, rinvenibile anche in molti ritratti dell’epoca in area lombarda e padana. Prende il nome di “capigliara” o “balzo”: inventata, si racconta, da Isabella d’Este, è costituita da una rete di fili d’oro e, in questo caso, al centro è posto un medaglione con Pegaso. La donna indossa una bellissima veste di seta blu e i suoi grandi occhi verdi guardano con malizia verso lo spettatore.
Visione di San Girolamo

Il dipinto si divide in due registri: uno terreno, dove vediamo san Girolamo addormentato e l’apparizione che ha in sogno di san Giovanni, coperto da una pelle maculata, che indica il Bambino; nell’altro registro, quello celeste, vediamo Maria e il Bambino. Quest’ultimo appare più grandicello rispetto alle rappresentazioni che raffigurano questo soggetto e sembra camminare verso lo spettatore. La madre è seduta su uno spicchio di luna e su una coltre di nubi, illuminata alle sue spalle dai raggi di luce divina. Lo sfondo è ispirato al Correggio mentre la posa di Maria è chiaramente di influenza raffaellesca.
Ritratto di Antea

La tela è tuttora oggetto di dibattito riguardo l’identità della donna: alcuni ritengono si tratti di Antea, famosa cortigiana romana; altri, invece, di una dama della nobiltà parmense del Cinquecento, forse riconducibile a Ottavia Camilla Baiardi. La fanciulla è ritratta fino alle ginocchia, secondo un nuovo formato che si stava diffondendo all’epoca, presenta un’elaborata acconciatura provvista di diadema e guarda con intensità verso lo spettatore. L’abito ampio, detto “alla francese” per le stoffe pregiate, l’uso dell’oro e le maniche a sbuffo, svela in realtà una corporatura esile e minuta.
Madonna di Santa Margherita

La tela si trova alla Pinacoteca Nazionale di Bologna. Vediamo, da sinistra, il vescovo Petronio, protettore di Bologna, verso il quale si volta la Madonna. Il bambino si trova sulle sue ginocchia e guarda Santa Margherita, la quale si avvicina al volto del piccolo e gli solletica il mento, mentre con l’altra mano si appoggia al ginocchio di Maria. In basso a destra, vicino a Margherita, si nota in penombra una figura mostruosa dalle fauci spalancate ma nessuno la considera, in quanto è semplicemente un rimando iconografico per identificare la santa. Alle loro spalle si trova un angelo con un piccolo crocifisso tra le mani e, alla sua destra, San Girolamo con un ampio mantello rosso e un crocifisso più grande con Gesù in rilievo.
Madonna dal collo lungo

“Madonna dal collo lungo” si trova alla Galleria degli Uffizi ed è databile 1534-1540. L’opera viene commissionata da Elena Baiardi Tagliaferri, sorella del cavaliere Francesco Baiardo, amico e protettore di Parmigianino, per metterla nella cappella che possiede nella chiesa di Santa Maria dei Servi. Il fulcro del dipinto è senza dubbio Maria, provvista di un collo lungo e graziosamente incurvato. Il Bambino tra le sue braccia appare troppo longilineo e con fattezze decisamente non da neonato. È chiaro che le proporzioni umane non siano rispettate: questo allungarsi delle figure segna un allontanamento dai canoni d’equilibrio del Rinascimento per ottenere un risultato più stilistico, volto a conferire eleganza e grazia alle immagini. Non è un caso che l’opera sia considerata uno dei dipinti più importanti e rappresentativi del Manierismo italiano.
Lucrezia Romana

Indicato come l’ultimo lavoro dell’artista prima della sua morte, avvenuta a soli trentasette anni, “Lucrezia Romana” rappresenta una figura mitica della storia di Roma. Si racconta che il figlio di Tarquinio il Superbo, Sesto Tarquinio, si fosse invaghito di Lucrezia, moglie fedele e casta del politico romano Collatino. Una notte, Sesto Tarquinio si recò presso la nobildonna, minacciandola e abusando di lei. Lucrezia, colta dalla vergogna, si trafisse il petto con un pugnale. Parmigianino immortala questo tragico momento. La donna è ritratta a mezza figura e di tre quarti, guarda addolorata verso l’alto dove una luce illumina la sua pelle traslucida, quasi fosse di porcellana.