
49 anni fa, l’8 aprile del 1973, ci lasciava uno degli artisti più importanti, produttivi e innovativi del Novecento: Pablo Picasso.
Fin da piccolo, evidente è la sua predisposizione alla pittura e al disegno. Si racconta infatti che il padre, professore d’arte, lo lasciasse collaborare ad alcuni suoi quadri, affidandogli addirittura la rifinizione dei particolari.
Dal 1892 Pablo frequenta i corsi di disegno della Scuola di Belle Arti a La Coruña, dà vita a molte riviste che redige e illustra da solo e prosegue i suoi studi artistici presso l’Accademia di Barcellona.
Qui frequenta la taverna artistica-letteraria Ai quattro gatti (Els Quatre Gats), ritrovo di artisti, politicanti, poeti e vagabondi.

Picasso realizza le sue prime opere legate al realismo spagnolo. Un esempio è la tela “Scienza e carità” del 1897, ancora legata alla tradizione pittorica dell’Ottocento.
In seguito, l’artista si trasferisce a Parigi, precisamente a Montmartre. La vivacità del clima parigino lo affascina, in particolare rimane colpito da Toulouse-Lautrec, a cui s’ispira per alcune opere di quel periodo. Inizia il cosiddetto Periodo Blu.

Durante il Periodo Blu Picasso raffigura aspetti tragici e drammatici della condizione umana, come si può osservare ne “Il vecchio ebreo” del 1903.

Picasso ricorre all’uso di una tavolozza di colori limitata alla monocromia azzurra che, però, ben si adatta alla riproduzione di immagini dolorose e malinconiche. Un esempio è “La donna rannicchiata” del 1902.
Tra il 1905 e il 1906 Picasso abbandona i toni nostalgici del Periodo Blu per abbracciare l’entusiasmante mondo del circo, tema ricorrente nelle opere di quegli anni. Inizia il Periodo Rosa, caratterizzato, per l’appunto, da sfumature tenui del rosa, del rosso e dell’ocra.
Negli stessi anni Picasso è attratto dal fascino esoterico del primitivismo, tornato in auge nei primi del Novecento, e dalle maschere dell’Africa.

Il risultato è una delle sue opere più celebri: “Les Demoiselles d’Avignon”, del 1907, che mostra cinque prostitute in un bordello di calle Avignon, a Barcellona.
Da questo momento Picasso inaugura uno dei più importanti movimenti artistici del secolo: il Cubismo. Contenuto e contenitore compenetrano, i piani prospettici s’incastrano e questo genera un nuovo modo di concepire lo spazio. La rivoluzione sta nel rinnegare la prospettiva canonica per rappresentare il soggetto come se fosse visto contemporaneamente da diversi punti di vista, scomponendolo nelle sua parti e ricomponendolo sulla tela.

Il “Ritratto di Ambroise Vollard” (1909-1910) raffigura un famoso gallerista, amico di artisti e poeti. È seduto a una scrivania, con un libro aperto in mano. La sagoma dell’uomo emerge a fatica dal reticolo di linee e piani che s’intrecciano sulla superficie pittorica.

L’opera “Chitarra e violino” del 1912 è realizzata con carboncino, matita, inchiostro e carta incollati su tela, un vero e proprio collage di diversi materiali.
Guernica è il capolavoro indiscusso di Pablo Picasso. Una tela imponente, realizzata in soli due mesi ed esposta nel giugno 1937 a Parigi. Il quadro rappresenta il tragico bombardamento sulla città di Guernica ad opera delle truppe del Generale Franco durante la guerra civile spagnola (1936-39).

Il dipinto è una protesta contro la violenza e la crudeltà della guerra: la madre che grida al cielo disperata con in grembo il figlio esanime, il cadavere con una stigma sulla mano, il cavallo imbizzarrito, simbolo di brutalità. I corpi deformati, le linee aguzze e il monocromo accentuano la drammaticità della scena. Tuttavia, se si guarda bene, c’è una lampadina che simboleggia la speranza.